Il disastro di Seveso[2]

Verso le 12:37 di sabato 10 luglio 1976 nello stabilimento della società ICMESA di Meda, confinante con Seveso, un reattore chimico destinato alla produzione di triclorofenolo, un componente di diversi diserbanti, perse il controllo della temperatura e si scaldò oltre i limiti previsti.
La causa prima fu probabilmente un arresto volontario della lavorazione, senza azionare il raffreddamento della massa e quindi senza contrastare l'esotermicità della reazione; inoltre l'acidificazione del prodotto veniva fatta dopo la distillazione, e non prima. L'apertura delle valvole di sicurezza (dischi di rottura tarati per 3,5 bar effettivi) evitò l'esplosione del reattore ma l'alta temperatura causò una modifica della reazione con una massiccia formazione di 2,3,7,8-tetraclorodibenzo-p-diossina (TCDD), sostanza comunemente nota come diossina, una delle sostanze note maggiormente tossiche. La TCDD venne rilasciata (in quantità non definita) e trascinata verso sud dal vento in quel momento prevalente (in diverse condizioni meteorologiche si sarebbe potuta colpire un'area di 30.000 abitanti). Si è quindi formata una nube tossica che ha colpito i Comuni di Meda (dove era localizzata la fabbrica), Seveso, Cesano Maderno e Desio. Seveso è stato il Comune più colpito essendo immediatamente a sud della fabbrica. Le prime avvisaglie furono l'odore acre e le infiammazioni agli occhi. Pur non essendoci stati morti, circa 250 persone riscontrarono la cloracne (dermatosi provocata dall'esposizione al cloro e ai suoi derivati, che crea lesioni e cisti sebacee), mentre gli effetti sulla salute generale sono ancora oggi oggetto di studi. È infatti opinione della popolazione locale che sia aumentata la percentuale di tumori nella zona.
Dopo l'incidente di Seveso, tre zone a decrescente livello di contaminazione (A, B, e R) sono state delimitate sulla base delle concentrazioni di TCDD nel suolo. 15.5–580.4 μg/m3 in zona A, 1.7–4.3 μg/m3 in zona B, e 0.9–1.4 μg/m3 in zone R[3].
Le abitazioni comprese nella zona A, la più colpita, furono demolite e il primo strato di terreno venne rimosso. Gli abitanti della zona A vennero evacuati dopo ben 16 giorni e ospitati in apposite strutture alberghiere. La zona A venne presidiata per impedire a chiunque di entrare. Dopo 10 anni, in questa zona è sorto il "Bosco delle Querce". Invece le zone B e la zona di rispetto furono tenute sotto controllo (divieto di coltivazione e di allevamento). La popolazione venne avvisata dell'evento solo dopo 8 giorni.
Ricerche effettuate verso la fine degli anni '90 sulla popolazione femminile mostrano, a venti anni di distanza, una relazione tra esposizione alla TCDD in periodo pre-puberale e alcuni disturbi. Tra gli studi più recenti, si rileva come ancora a 33 anni di distanza dal disastro, gli effetti, misurati su un campione statisticamente ampio di popolazione, 1772 esposti ed altrettanti controlli, siano elevati. Nello studio, in sintesi, la probabilità di avere alterazioni neonatali ormonali conseguenti alla residenza in zona A delle madri è 6.6 volte maggiore che nei controlli. Le alterazioni ormonali vertono sul TSH, la cui alterazione, largamente studiata in epidemiologia ambientale, è causa di deficit fisici ed intellettuali durante lo sviluppo[4]. E' stato rivelato inoltre che negli anni '90 sono nate molte più bambine che bambini. Ciò è stato correlato al fatto che molti dei genitori di questi neonati erano adolescenti all'epoca del disastro e quindi si presume che la diossina ne abbia in qualche modo alterato lo sviluppo dell'apparato riproduttivo, soprattutto maschile.
E' invece contrastata la teoria dell'aumento di tumori riscontrata nella zona. All'epoca del disastro, molti scienziati avevano sollevato la possibilità di una vera e propria "epidemia" nell'area. Oggi, ricerche scientifiche dicono invece che il numero di morti per cancro si sia mantenuto relativamente sulla stessa media della Brianza; ma tali ricerche sono contestate da alcuni comitati civici.


Testimonianze sull'evento

A questa triste vicenda si è ispirato il cantautore Antonello Venditti per scrivere una delle sue canzoni più belle, Canzone per Seveso, pubblicata nell'ottobre del 1976 nell'album Ullalla, che analizza i fatti accaduti tentando di individuarne le cause profonde. Testimonianza degli avvenimenti avvenuti nel primo anno dopo la fuga si possono trovare in "Visto da Seveso" di Laura Conti, consigliere regionale della Lombardia ai tempi del disastro, edito da Feltrinelli nel 1977.