Cinabro e Vermiglione

Il cinabro è un minerale contenente il pigmento rosso che prende il suo nome quando ricavato dal minerale stesso o assume quello di vermiglione quando ottenuto artificialmente. Il pigmento in questione è il solfuro di mercurio (HgS) che però è dimorfo: il pigmento rosso che ci interessa è la forma alpha che possiede struttura trigonale, mentre esiste una seconda forma detta beta o meta-cinabro con struttura cubica e colore nero. Le due strutture sono riportate in figura.

Cinabro (alpha-HgS)

Meta-cinabro (beta-HgS)

Può capitare che questo pigmento annerisca se sottoposto a sollecitazioni e quindi che si passi dalla forma trigonale a quella cubica, come è stato constatato per alcune pitture murali esposte continuamente alla radiazione e ai fenomeni atmosferici [1].

- Metodo di estrazione del pigmento dal minerale

Per la preparazione del pigmento dal minerale sono interessanti le parole di Teofrasto (IV secolo a.C.): "è una specie di sabbia brillante, di colore scarlatto, che viene raccolta e pestata in recipienti in pietra, polverizzandola il più possibile, quindi viene lavata in vasi di rame, e quel che rimane viene raccolto, pestato nuovamente e quindi lavato ancora; quello che rimane a fondo è cinabro".
L’ottenimento avveniva quindi per semplice purificazione ricavata dalla macinazione e da lavaggi ripetuti del minerale. [1].

- Metodi di ottenimento artificiali

Ricordiamo che il pigmento ottenuto per via artificiale viene chiamato vermiglione per distinguerlo da quello ricavato dal minerale, infatti i due tipi di colore risultano indistinguibili a livello chimico-fisico, in certi casi si riesce a riconoscere il cinabro naturale a causa delle impurezze non del tutto estratte dal materiale originale (residui incolori) [1].

Le ricette di preparazione erano molto richieste e considerate segrete fino al XIV secolo quando si dice che queste fossero divenute di dominio pubblico [1]. Il metodo ritenuto più antico, introdotto dagli arabi nel VIII secolo, consisteva nel fare una miscela di mercurio e zolfo che veniva scaldata in un recipiente a collo stretto, e quando il solfuro di mercurio si formava per condensazione sulla cima del recipiente poteva essere prelevato rompendo il recipiente stesso. Il composto ottenuto era inizialmente nero, da cui per macinazione prolungata si ricavava il rosso da usare come pigmento [e].

Nel XI secolo un monaco bizantino detto il monaco Teofilo descrive un secondo metodo in questa maniera: "prendete dello zolfo e rompetelo su di una pietra dura, aggiungendovi metà del suo peso di mercurio; dopo averlo lungamente mescolato, versatelo in un vaso di vetro, coprendolo di argilla per chiuderne l’apertura onde evitare l’uscita dei vapori; esponetelo vicino al fuoco per farlo asciugare lentamente. In seguito mettetelo sui carboni ardenti e quando comincerà a scaldare è indice che il mercurio si mescola allo zolfo infiammato. Quando il rumore sarà cessato, levate dal fuoco il vaso e scopritelo per estrarne il colore" [1].

Si trova ancora un metodo molto simile ai precedenti: il mercurio viene combinato con lo zolfo fuso in proporzione 1:5 in peso; si viene a formare la struttura beta del solfuro di mercurio, il quale viene macinato e fatto sublimare in una pentola in terracotta dove la struttura cristallina si riconfigura a dare cristalli di colore rosso (forma alpha) [b].

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